Calura d’agosto di William Fryer Harvey - adattamento di Michela Arfiero
August Heat, in Midnight House and Other Tales, J. M. Dent, London, 1910
August Heat, in Midnight House and Other Tales, J. M. Dent, London, 1910
Phenistone Road, Clapham,
20 agosto, 19—
Ho vissuto quella che credo essere stata la giornata più straordinaria della mia vita e, mentre gli eventi sono ancora vividi nella mia mente, desidero metterli per iscritto nel modo più chiaro possibile.
Permettetemi di dirvi che il mio nome è James Clarence Withencroft. Ho quarant’anni, sono in perfetta salute, non ho mai avuto un giorno di malattia. Di professione sono un artista, non uno di grande successo, ma guadagno abbastanza con i miei lavori in bianco e nero da soddisfare i miei bisogni essenziali. La mia unica parente stretta, una sorella, è morta cinque anni fa, per cui sono senza famiglia.
Questa mattina ho fatto colazione alle nove e, dopo aver dato uno sguardo al giornale, ho acceso una sigaretta e mi sono messo a vagare con la mente nella speranza di trovare un soggetto per il mio disegno. La stanza, nonostante porte e finestre fossero aperte, era opprimente per il caldo; avevo appena deciso che il luogo più fresco e confortevole nei dintorni sarebbe stato il fondo della piscina pubblica, quando mi venne l’idea.
Cominciai a disegnare. Ero così assorto nel lavoro che lasciai intatto il pranzo, smettendo soltanto quando l’orologio di St. Jude batté le quattro. Il risultato finale, per essere uno schizzo frettoloso era, ne ero certo, il migliore che avessi mai fatto. Rappresentava un criminale sul banco degli imputati, subito dopo che il giudice aveva pronunciato la sentenza. L’uomo era grosso, enorme. La carne gli pendeva a rotoli sotto il mento; gli incideva il collo tozzo. Era rasato (o forse dovrei dire che qualche giorno prima era stato ben rasato) e quasi calvo. Stava nel banco degli imputati, le dita corte e goffe strette alla ringhiera, guardando dritto davanti a sé. L’espressione che trasmetteva non era tanto di orrore quanto di completo, assoluto crollo.
Non sembrava esserci nell’uomo nulla di abbastanza forte da sostenere quella montagna di carne. Arrotolai il disegno e, senza sapere bene perché, lo misi in tasca. Poi, con quel raro senso di felicità che dà la consapevolezza di aver fatto bene qualcosa, uscii di casa. Credo di essere uscito con l’idea di andare a trovare Trenton, dato che ricordo di aver camminato lungo Lytton Street e di aver svoltato a destra in Gilchrist Road, in fondo alla collina dove gli uomini stavano lavorando alle nuove linee del tram.
Da quel momento in poi ho un ricordo confuso di dove sia andato. L’unica cosa di cui ero pienamente consapevole era il caldo terribile che saliva dal polveroso marciapiede d’asfalto come un’onda quasi palpabile. Desideravo il temporale annunciato dalle grandi nubi color rame sospese basse sull’orizzonte occidentale. Devo aver camminato otto o dieci chilometri, quando un ragazzino mi scosse dai miei pensieri chiedendomi l’ora.
Erano le sette meno venti.
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