Editoriale di Michela Arfiero
Fa caldo, sempre più caldo. Come se lo spostamento dell’energia funzionasse solo per flussi improvvisi. Ma il caldo non è esattamente il calore e non dovrebbe essere calcolato solo in base alla sua intensità. Il calore si racconta anche attraverso le parole, le sensazioni, i suoni e le immagini. Per me il calore si trova in certe atmosfere: un insieme di cose che si spostano, si toccano e mescolano ricordi d’infanzia, riverberi, paesaggi mentali e gesti quotidiani, senza dimenticare l’urgenza climatica.
Calore. La parola che sostiene questo quarto numero di selvàtico è forse quella che, più di tutte quelle affrontate finora (sete, margini, origini), presenta molteplici facce. O, meglio, quella che racchiude più contraddizioni: oscura o nostalgica, romantica o minacciosa, a seconda di ciò che si nutre maggiormente. Mi ricorda una divinità ambivalente, un misto tra Baba Yaga, che se ti consegna il fuoco può riscaldarti e salvarti, oppure, se non le piaci, distruggerti e ucciderti, o Xiuhtecuhtli (dio azteco del fuoco, talvolta rappresentato con una farfalla), che porta la luce contro il buio della notte ed è associato al ciclo del tempo e al calore vitale, ma che può scatenare anche la furia incandescente delle fiamme e della distruzione se viene trascurato. Il calore non ha la stessa temperatura per tutti. È necessario che l’energia si trasferisca spontaneamente da un corpo a temperatura più alta a un corpo a temperatura più bassa. In un mondo surriscaldato, forse lo si avverte maggiormente nel vento che ci porta lontano; in un mondo freddo, è il calore di una casa o di un fuoco acceso il simbolo di ciò che è stato perduto. Non può non venirmi alla mente la mitica coperta di feltro di Joseph Beuys, utilizzata insieme al grasso animale da una tribù tartara per innalzare la temperatura del suo corpo dopo essere stato trovato in seguito allo schianto del suo aereo durante una tempesta di neve in Crimea. Che sia vera o leggendaria, questa storia costituisce una chiave interpretativa dell’iconografia dell’artista, per il quale «tutto è in uno stato di cambiamento» e il conseguente «caos può avere un carattere terapeutico».
Il calore si presenta come un corpo a corpo, una malattia, una fiamma e gli oggetti che la sostengono. Un’isola, l’isola. Dei contenitori per il gelato che si scioglie, la ceramica, il disordine e l’energia, o il calore, che creiamo nel tentativo di fare ordine. I personaggi intervistati hanno condiviso con noi la loro idea di calore. Jonathan Bazzi lo associa alle temperature intermedie, quelle che non condizionano; per Alberto Fortis è «la prima scintilla» di riconoscimento corporeo; per Marco Assaggia risiede negli affetti; Alberto Alessi lo trova nel rame conduttore e nella passione per i metalli; Christian Holstad racconta la ceramica come un’alchimia che trasforma anche chi la pratica; Federico Tosi vede i vulcani come generatori di vita più che di distruzione; Birthh ne fa una forma di resistenza e comunità, tra sudore e calore mediterraneo. Come accade nelle nostre pagine, il tema si manifesta in diversi linguaggi. Francesca Balena Arista racconta il duo Formafantasma e la lava dell’Etna come materiale di design; Matteo Trevisani esplora il rito del cuocere e il sacrificio nel mito di Prometeo; Alessandra Carnaroli immagina sensori corporei in un flusso poetico su vita e morte; Sabrina Ciofi ritrae l’erotismo creativo di Nik Gallo; Lorenza Pignatti smonta il cloud “immateriale”, mostrandone il reale surriscaldamento; Marta Galli narra del carteggio tra Lloyd e Chatto sul clima dei giardini. Il reportage fotografico di Elena Braghieri ci trasporta nelle fumarole del vulcano, mentre gli scatti di Alessio Pellicoro documentano le terre meridionali bruciate.
Gli editoriali Candelabri e Dieci oggetti raccolgono oggetti di design legati al fuoco e alla dimensione domestica. Mostrando il calore come traccia fisica e psichica sui corpi, sui paesaggi e sugli oggetti. Chiude il racconto breve Calura d’agosto di William Fryer Harvey, in cui il caldo soffocante diventa un presagio quasi soprannaturale.
It’s the hottest day of the summer. You can do nothing, you can do something, or you can do the right thing. Spike Lee.
- Cormac McCarthy, La strada, trad. di Martina Testa, Einaudi, Torino, 2007.
- Elizabeth Warner, Dei, eroi e mostri della mitologia russa, Mondadori, Milano, 1985.
- Jonathan Fineberg, Art Since 1940: Strategies of Being, Prentice Hall / Harry N. Abrams, New York, 1995.
- Joseph Beuys, Filzwinkel (Angolo di feltro), 1969.
- Spike Lee (regia), Do the Right Thing, 40 Acres and a Mule Filmworks / Universal Pictures, 1989.