Jonathan Bazzi di Michela Arfiero - fotografie di Simon171




[Michela Arfiero] Nella premessa di Corpi minori scrivi: “Quanto segue è ispirato a una storia che solo adesso è vera”. Mi ha ricordato in parte la prefazione de Il male oscuro di Giuseppe Berto, “Da quando Flaubert ha detto Madame Bovary sono io, ognuno capisce che uno scrittore è sempre autobiografico. Tuttavia si può dire che lo è meno quando scrive di sé”.

[Jonathan Bazzi] Mi interessava far sì che chi leggesse il libro non desse per scontato che ci fosse una riconducibilità puntuale, uno a uno di tutto quello che viene detto, perché credo che un romanzo, un libro, sia comunque una costruzione, un insieme di meccanismi che vengono creati pensando di far attraversare al lettore un certo tipo di esperienze, quindi forse di instillargli delle domande, delle connessioni. E per me quello è il senso di un libro, non il fatto che ci sia una fedeltà a una supposta realtà, a un dato di realtà. Volevo mettere in chiaro che il mio intento non era quello di trasporre alcune cose vere. Ma che c’è un senso di verità narrativa che a me interessa. Cioè la nostra stessa percezione è un miscuglio, è già in qualche modo narrativa, trasfigurante; ma allo stesso tempo questa idea che il romanzo esiste solo se c’è la costruzione di trama e personaggi, trovo che sia un po’ superficiale.

[MA] Leggendoti, ho avuto la sensazione di un tuo sguardo sulle cose, un punto di vista estetico sui luoghi, sui corpi, sulla malattia, sui personaggi, anche sulle questioni politiche. È una posizione consapevole, o piuttosto il modo in cui vedi il mondo?

[JB] Mi rendo conto di essere mosso da un atteggiamento di base che è prettamente estetico. Questa cosa può generare, me lo aspetto, delle forme di fastidio. Può sembrare che uno rivendichi il puro piacere intellettuale di fronte invece alle gravi questioni di giustizia. Il punto è che io ho attraversato e attraverso, per la mia storia, per le condizioni in cui sono nato, un sacco di situazioni difficili dove il mio stesso corpo si è trovato a rischio. Quindi io capisco assolutamente le questioni in gioco e mi è capitato e mi capita ancora, anche se sempre meno, di intervenire in una chiave prettamente politico-critica.Lì è chiaro che c’è una voce e una certa direzione della parola e dei pensieri che sono in quel tipo di pratica, che ha delle logiche interne molto precise. Però ho capito di essere mosso da un atteggiamento estetico. Questa è una cosa che c’è anche nel mio primo libro e per la quale infatti mi dispiace quando lo si vede come un libro vittimistico, perché invece il mio sguardo, anche nel racconto delle questioni familiari più complicate è sempre in qualche modo alla ricerca di ciò che è curioso, anomalo, appassionante. È come se io fin da piccolo, credo, fossi stato mosso soprattutto da questo bisogno di nutrirmi delle manifestazioni più interessanti, vivide, paradossali.





[MA] Parliamo del tuo libro d’esordio, Febbre. Mi sono chiesta se avessi mai avuto paura mentre lo scrivevi.

[JB] No, perché Febbre è nato in uno stato un po’ di alterazione. Io ho avuto questa infanzia dove la comunicazione e le parole sono state molto poche. Magari ho visto succedere cose attorno a me o le ho origliate, spiate anche dalle serrature delle porte, proprio in senso letterale, però con una scarsissima abitudine a parlarne con le persone attorno a me. Ho cominciato a progettarlo direi nel 2014-2015 ed era quindi prima che io scoprissi dell’HIV. Avevo preso degli appunti, facendo una specie di scaletta, di schema, perché volevo scrivere un libro su questi personaggi, queste figure che mi portavo dietro dall’infanzia. Quando poi il libro stava per uscire, allora lì sì, ricordo che due, tre giorni prima di aver avuto dei forti stati di agitazione perché mi sembrava che fosse un libro armato.







                                                          continua a leggere


iscriviti qui alla nostra newsletter